Un uomo felice, di Arto Paasilinna

L’abito non fa il monaco. E a volte, neppure l’ingegnere.

Un po’ quel che accade al protagonista di Un uomo felice, ennesimo bel romanzo del compianto Paasilinna portato in Italia da Iperborea con traduzione di Nicola Rainò.

Un uomo felice

Akseli Jaatinen, appunto, è incaricato di costruire un nuovo ponte tra i boschi che circondano lo sperduto paese di Kuusmäki. Si presenta in una nebbiosa mattina di marzo con una camicia a scacchi e stivali di gomma. È grande e grosso, arriva in pullman e familiarizza subito con gli operai.

La gente del posto, in particolare il sindaco, alcuni notabili e persino il parroco, prova da subito una crescente diffidenza nei suoi confronti.

La diffidenza si fa chiacchiericcio, dubbio, anche perché la mala pianta si alimenta della visione forzata di quando vuoi vedere il male e ogni difetto salta fuori. Ed è proprio quello che accade a Jaatinen, il quale invece accumula tanta fiducia da parte degli operai, in particolare il fidato sindacalista Manssila, uno dei pochi a difenderlo sempre e comunque. Non riesce, tuttavia, a entrare nel cuore dei notabili che gli dimostrano, sempre più apertamente, la propria ostilità.

Jaatinen non è uno qualunque, questo è palese, perché refrattario alle gerarchie sociali, puro di cuore come duro di maniere, e non ci sta a far la parte del fesso e neppure a darla vinta a chi inventa calunnie su calunnie.

Un uomo felice parte come storia curiosa che si fa subito scoppiettante. C’è tutto Paasilinna: l’amore, la trasgressione, l’ecologia, l’ironia a secchi e la sempiterna lotta dei singoli anticonformisti contro il muro della società chiusa, tradizionale, talmente arroccata intorno alle proprie convinzioni già superate da non rendersi conto di quanto proprio questo li renda ridicoli nelle esternazioni, nelle azioni, nei fallimenti dei cattivi propositi.

Paasilinna non è mai stato uno scrittore qualunque e i suoi libri — belli e meno belli che li si possa considerare — lo hanno sempre dimostrato. Inoltre, mi è sempre garbato il suo stile fatto di lunghe parti raccontate, ma con una semplicità e chiarezza con buona pace delle scuole di scrittura, quelle in cui si porta avanti fino al fanatismo il concetto di “show don’t tell”. Paasilinna “mostra” molto meno di quanto “non racconti”, eppure le sue pagine si leggono divinamente.

Tornando al romanzo, Jaatinen nel frattempo viene messo alla porta del paese, per ritornarvi in veste di scaltro imprenditore, pronto a guadagnarsi in un modo o nell’altro quella credibilità che gli hanno tolto i nemici, in un insieme di acuti movimenti che mettono a nudo le falle del sistema e sconfiggono, uno alla volta, chi gli si oppone. E pensare che lui, in fondo, non è e neppure si dimostra mai cattivo ma solo umanamente desideroso d’ottenere la propria rivalsa. Diciamo pure che, spesso, è proprio la malignità di pensiero dell’altro a rovinare che gli si mette contro.

In accordo con la propria anticonvenzionalità, troveremo uno Jaatinen padre di due gemelle avute con una donna già sposata e poi a sua volta sposo a “intermittenza”, nel dividere il proprio impegno a turno con le due donne della sua avventura, Leea e Irene, che gli daranno altra prole.

Un uomo felice è un romanzo vivo, pulsante, un “western in salsa finnica” che strizza l’occhio all’impegno politico contro le società classiste che Paasilinna dimostrava soprattutto nel periodo in cui il libro è stato scritto — siamo a metà anni settanta dello scorso secolo, subito dopo L’anno della lepre — e proprio per questo un romanzo molto divertente, forse uno dei più spassosi che Paasilinna abbia scritto — giudizio personale, condivisibile o meno che sia.

I personaggi più riusciti di questo scrittore, tra l’altro, sono proprio quelli che giungono a una propria dimensione seppur in mezzo a tempeste e ostacoli disseminati come in formato gran risparmio — altro giudizio personale, ovviamente.

In tutto il lieto fine — più o meno, ma non può esserlo per tutti — ci chiediamo che ne è dell’ingegner Akseli Jaatinen. Ce lo dice lo stesso Paasilinna, in conclusione:

“…si è lui stesso definito, a questo stadio della vita,
un uomo felice, pur con qualche riserva.”

Un uomo felice, Arto Paasilinna

Enzo D'Andrea

Enzo D’Andrea è un geologo che interpone alle attività lavorative la grande passione per la scrittura. Come tale, definendosi senza falsa modestia “Il più grande scrittore al di qua del pianerottolo di casa”, ha scritto molti racconti e due romanzi: “Le Formiche di Piombo” e "L'uomo che vendeva palloncini", di recente pubblicazione. Non ha un genere e uno stile fisso e definito, perché ama svisceratamente molti generi letterari e allo stesso tempo cerca di carpire i segreti dei più grandi scrittori. Oltre che su MeLoLeggo, scrive di letteratura sul blog @atmosphere.a.warm.place, e si permette anche il lusso di leggere e leggere. Di tutto: dai fumetti (che possiede a migliaia) ai libri (che possiede quasi a migliaia). Difficile trovare qualcosa che non l’abbia colpito nelle cose che legge, così è piacevole discuterne con lui, perché sarà sempre in grado di fornire una sua opinione e, se sarete fortunati, potrebbe anche essere d’accordo con voi. Ama tanto la musica, essendo stato chitarrista e cantante in gruppi rock e attualmente ripiegato in prevalenza sull’ascolto (dei tanti cd che possiede, manco a dirlo, a migliaia). Cosa fa su MeLoLeggo? cerca di fornire qualcosa di differente dalle recensioni classiche, preferendo scrivere in modo da colpire il lettore, per pubblicizzare ad arte ciò che merita di essere diffuso in un Paese in cui troppo spesso si trascura una bellissima possibilità: quella di viaggiare con la mente e tornare ragazzi con un bel libro da sfogliare.

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