Il buon tedesco, di Carlo Greppi

La Storia è concatenazione di miliardi di altre storie, alcune note altre sconosciute, altre ancora — la gran parte — che mai verranno rese note a nessuno.

Col tempo, si perdono testimonianze, segni, passaggi, possibili collegamenti e si resta fermi a una certa verità, anche se questa probabilmente è solo una mezza verità.

Quand’ero piccolo mi piacevano il libri di storia — anche oggi, a dire il vero, in mezzo a tante migliaia di altri libri — e ho creduto fino a una certa età che quello che leggevo fossero dogmi inappuntabili. Ho scoperto, invece, che la Storia si può scrivere ogni giorno, ribaltando anche quello che si era scritto il giorno prima. Basta avere elementi e la voglia di portarli a galla, anche a costo di una ricerca “impossibile”, pur di scrivere nuove storie.

Credo che Il buon tedesco, saggio di Carlo Greppi edito da Laterza, appartenga degnamente a questa categoria. Senza una ricerca appassionata, non avrebbe preso corpo.

Il buon tedesco

Siamo in Italia, negli ultimi cruenti mesi della Seconda Guerra Mondiale. Sui monti di Sarzana e, in genere, lungo l’intera Linea Gotica, i combattimenti tra partigiani e nazi-fascisti infuocano le giornate rendendo la vita una scommessa da vincere ogni giorno, anche per la gente comune che non era direttamente coinvolta. L’immagine del partigiano italiano, così come ci è stata trasmessa da romanzi, saggi e film, resta piuttosto intatta. Però, a molti — compreso me fino a qualche tempo fa — sfugge un particolare: al fianco degli italiani, sempre più numerosi, combatterono tedeschi e austriaci che avevano abbandonato la propria divisa. In gergo militare, erano “disertori”.

Il capitano della marina tedesca, Rudolf Jacobs, è l’involontario e inconsapevole protagonista di questo saggio, la figura che ha spinto Greppi a compiere una ricerca appassionata, spesso sul limite della rinuncia, per ricostruire le sue ultime gesta.

Quella del capitano Jacobs, però, non fu storia unica. Come lui, furono in centinaia a disertare per passare dall’altra parte della barricata.

Non fu vigliaccheria, questo è certo. In quel caso, avrebbero messo distanze enormi tra sé e il conflitto, non ci sarebbero rientrati — dopo essersi spogliati della divisa che li connotava diversamente — per continuare a difendere quel che ritenevano un motivo più giusto per combattere.

La loro fu una scelta di libertà, di coscienza. Le testimonianze raccolte da Greppi dimostrano questo, specie nel particolare caso di Jacobs e di pochi altri, noti ai loro nuovi commilitoni con nomi di battaglia che cambiavano di volta in volta.

Questo era ancor più vero per i “tedeschi di confine”, coloro che provenivano da territori come il Tirolo, luoghi dal “…senso di appartenenza particolarmente incerto o comunque in costante tensione…”

Vero però anche per chi, come Jacobs, era nato “sotto una stella armata”.

La ricerca di Greppi non deve essere stata affatto facile. Semplice e naturale sarebbe perdersi nel vuoto, specie quando si indaga su giorni travagliati e incerti come quelli in cui chi cadeva avrebbe potuto essere dimenticato in poco tempo:

Quante di queste storie sono andate perse per sempre, quante persone sono destinate come “Rico” a rimanere un nome, un gesto, un coraggioso compagno di lotta poi svanito, un flebile flashback di qualche notte passata insieme sotto le stelle, prima che lui — il Tedesco, l’Austriaco — morisse con l’arma in pugno?…

Il revisionismo storico non è mai materia facile, ma se ci si vuole avvicinare al concetto di giustizia non è prescindibile. A partire dagli anni cinquanta dello scorso secolo, “… la diserzione inizia a colorarsi di una nuova valenza, quella di una orgogliosa disubbidienza individuale nei confronti di un apparato politico macchiato da una condotta criminale, quale appunto lo Stato nazionalsocialista…”

La gran mole di fonti citate ha certamente indirizzato la scrittura sui binari del saggio puro, a tratti asettico. Avrei reso più romanzato il racconto, ma capisco possa trattarsi spesso di una questione di gusti.

Resta il tema sviluppato, le domande che ci si pone spontaneamente:

Esiste la parte giusta quando si è in guerra? Si può andare contro la propria patria, quando non si condivide la linea di condotta di chi ci governa?

Domande che non avranno mai una risposta univoca, perché sarà sempre dettata dalla propria coscienza. E quella, si sa, sarà sempre diversa da individuo a individuo.

Buona lettura.

Enzo D'Andrea

Enzo D’Andrea è un geologo che interpone alle attività lavorative la grande passione per la scrittura. Come tale, definendosi senza falsa modestia “Il più grande scrittore al di qua del pianerottolo di casa”, ha scritto molti racconti e due romanzi: “Le Formiche di Piombo” e "L'uomo che vendeva palloncini", di recente pubblicazione. Non ha un genere e uno stile fisso e definito, perché ama svisceratamente molti generi letterari e allo stesso tempo cerca di carpire i segreti dei più grandi scrittori. Oltre che su MeLoLeggo, scrive di letteratura sul blog @atmosphere.a.warm.place, e si permette anche il lusso di leggere e leggere. Di tutto: dai fumetti (che possiede a migliaia) ai libri (che possiede quasi a migliaia). Difficile trovare qualcosa che non l’abbia colpito nelle cose che legge, così è piacevole discuterne con lui, perché sarà sempre in grado di fornire una sua opinione e, se sarete fortunati, potrebbe anche essere d’accordo con voi. Ama tanto la musica, essendo stato chitarrista e cantante in gruppi rock e attualmente ripiegato in prevalenza sull’ascolto (dei tanti cd che possiede, manco a dirlo, a migliaia). Cosa fa su MeLoLeggo? cerca di fornire qualcosa di differente dalle recensioni classiche, preferendo scrivere in modo da colpire il lettore, per pubblicizzare ad arte ciò che merita di essere diffuso in un Paese in cui troppo spesso si trascura una bellissima possibilità: quella di viaggiare con la mente e tornare ragazzi con un bel libro da sfogliare.

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