La febbre del gioco, di Fëdor Dostoevskij

Vi è mai capitato di chiedervi cosa ci sia stato dietro al genio letterario di certi autori? La letteratura russa, per esempio, in cui fioccano nomi noti per la profondità dell’indagine psicologica, per la chirurgica descrizione dei tormenti interiori dei protagonisti, per le pagine che lasciano trasparire sensazioni reali che il lettore tende a far proprie, tanto fedele ed efficace ne è il racconto.

Vi è mai capitato di pensare che quelle descrizioni non fossero altro che un riversare su carta sensazioni personali, esperienze di vita vissuta?

Forse non è il caso di molti, ma di sicuro lo è stato per Fëdor Dostoevskij, colui che ha firmato capolavori come Memorie da una casa di morti, Delitto e Castigo, L’Idiota, I demoni, Il giocatore, eccetera.

La febbre del gioco

Fausto Malcovati cura questa raccolta di documenti che, appunto, getta la luce su un travagliato periodo della vita del grande e discusso scrittore russo.

Tra il 1862 e 1871, infatti, Dostoevskij divenne grande frequentatore di case da gioco soprattutto in Germania, in quanto in patria il gioco d’azzardo era proibito. Cadde così nella folle febbre del gioco, in quella angosciante fase di tira e molla che contraddistingue il giocatore incallito, tra desiderio di rivalsa e incoscienza allo stato puro, nella quale ogni perdita diventa un’offesa mortale.

Dostoevskij, inoltre, affronta questa terribile avventura con la personale convinzione che basti avere una “disumana disciplina” per poter tenere sotto controllo il gioco, e con esso le vincite e le perdite. Ovviamente, tutto questo si rivela ben presto un’assurda convinzione senza fondamento.

In questo saggio, Malcovati riporta la frenetica corrispondenza tra Dostoevskij e le persone cui lo stesso si rivolge, in preda ai sensi di colpa per le somme perdute, chiedendo che gli venga inviato denaro ma non solo, perché sempre in cerca di un conforto ulteriore che nessuno potrà mai dargli. Infatti, dentro sé nasconde una parte che scapperà sempre da quel conforto.

Come ben descrive Freud nei paragrafi finali di un saggio – e che come tali sono stati riportati – Dostoevskij  “…non trovava pace finché non aveva perduto tutto. Il gioco era per lui anche un modo di punirsi. Infinite volte aveva promesso o dato la sua parola alla giovane moglie di non giocare più o di non giocare più in quel giorno, e quasi sempre, come racconta la moglie, infrangeva la promessa…”.

Questa angoscia traspare anche nella selezione di lettere che lo scrittore inviava alla seconda moglie, Anna Grigor’evna Dostoevskaja. Le pagine delle memorie della donna, infatti, confermano in pieno la profonda condivisione del dramma umano e psicologico e l’angoscia per non sapervi porre rimedio. Lo scrittore, dopo aver perduto tutto, impegnato beni e al colmo dell’autopunizione, chiede sempre perdono, promettendo di non ricadere nelle stesse colpe ma ben sapendo che sarà impossibile farlo.

Freud, dal canto suo, spiega tutto questo con il blocco dell’ispirazione. Il senso di vuoto creativo spingeva lo scrittore a trovare altro modo per procurarsi il denaro che serviva per la sua vita, per le necessità della famiglia, e questo lo portava a sconsiderate giornate perse nell’abisso del gioco, nelle quali le vittorie erano istanti fuggenti presto sommersi dalle ingenti perdite.

È soltanto con la perdita di tutto quel che possiede, e quando si trova davanti alla voragine, che Dostoevskij vede appagato il desiderio di punizione. Come quando si tocca il fondo e non si può far altro che risalire la china.

La china, per Dostoevskij, è il ritorno alla scrittura. Nel periodo infernale vissuto tra il 1862 e il 1871, infatti, produce alcuni dei suoi titoli più riusciti, anche dietro la spinta materialista di un guadagno che riesca a sopperire al denaro sperperato nelle sale da gioco.

Le pagine de Il giocatore, appunto, sono piene di dettagli e di una fine indagine psicologica che soltanto chi aveva rischiato di annegare in quel torbido mare poteva descrivere. La frenesia, l’ansia, l’incapacità di accumulare sostanze perché preso dal desiderio di andare avanti, di ottenere di più anche a rischio di perdere tutto (la vera essenza della ludopatia), non avrebbero potuto essere descritte meglio.

L’esperienza diretta, in questo modo, diventa anche una cura. Parlare del proprio male per lasciarselo alle spalle.

Dostoevskij, giunto all’ennesima sconfitta morale e materiale, riesce a recidere il cordone ombelicale che lo trattiene a quella sconsideratezza e a tornare a una vita “normale”.

Pagine intense, volutamente selezionate e messe davanti al lettore prima di una qualsiasi considerazione esterna. Un modo apprezzabile per far sì che chi legge  possa maturare una propria opinione prima di confrontarla con quella di Freud e, in ultimo, con le conclusioni del curatore.

A chi ama Dostoevskij, a chi cerca la vita vissuta dietro le pagine che conosciamo da decenni, questo libro aprirà pagine nuove o darà conferme, rivelandosi nel contempo un ottimo spunto di studio.

Enzo D'Andrea

Enzo D’Andrea è un geologo che interpone alle attività lavorative la grande passione per la scrittura. Come tale, definendosi senza falsa modestia “Il più grande scrittore al di qua del pianerottolo di casa”, ha scritto molti racconti e due romanzi: “Le Formiche di Piombo” e "L'uomo che vendeva palloncini", di recente pubblicazione. Non ha un genere e uno stile fisso e definito, perché ama svisceratamente molti generi letterari e allo stesso tempo cerca di carpire i segreti dei più grandi scrittori. Oltre che su MeLoLeggo, scrive di letteratura sul blog @atmosphere.a.warm.place, e si permette anche il lusso di leggere e leggere. Di tutto: dai fumetti (che possiede a migliaia) ai libri (che possiede quasi a migliaia). Difficile trovare qualcosa che non l’abbia colpito nelle cose che legge, così è piacevole discuterne con lui, perché sarà sempre in grado di fornire una sua opinione e, se sarete fortunati, potrebbe anche essere d’accordo con voi. Ama tanto la musica, essendo stato chitarrista e cantante in gruppi rock e attualmente ripiegato in prevalenza sull’ascolto (dei tanti cd che possiede, manco a dirlo, a migliaia). Cosa fa su MeLoLeggo? cerca di fornire qualcosa di differente dalle recensioni classiche, preferendo scrivere in modo da colpire il lettore, per pubblicizzare ad arte ciò che merita di essere diffuso in un Paese in cui troppo spesso si trascura una bellissima possibilità: quella di viaggiare con la mente e tornare ragazzi con un bel libro da sfogliare.

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