Il mondo nuovo di Huxley diventa una serie tv

Lo scorso 6 maggio la casa di produzione di Steven Spielberg Amblin Entertainment e il canale americano SyFy hanno annunciato la collaborazione per la realizzazione di una serie televisiva tratta dal classico del 1932 di Aldous Huxley, Il mondo nuovo.

Steven Spielberg

Steven Spielberg

Insieme a Noi di Zamatin (1920-1921), Il buio a mezzanotte di Koestler (1940) e al più famoso 1984 di Orwell (1949), il romanzo di Huxley viene classificato come uno dei principali racconti distopici del XX secolo, genere che inverte la visione ottimistica dell’antica letteratura utopica basata su di un improbabile e irrealizzabile mondo perfetto, riconoscendo i pericoli di questi scenari e mostrandone il dark side che, tramite la tecnologia e il controllo sociale, sacrifica ogni libertà in nome del progresso. È proprio ciò che accade nel testo del lungimirante Huxley, ambientato “in quest’anno di stabilità A.F. 632”, ovvero 632 anni dall’avvento del magnate americano Henry Ford (1863-1947), riferimento indiscusso dello Stato Mondiale – ovvero il sistema totalitario globale di caste basato sulla produzione di massa che domina ogni aspetto delle vite degli abitanti, ridotte al mero livello di utilità sociale.

La stabilità è il fulcro di questo universo centrato sul razionalismo produttivistico e viene mantenuta attraverso una combinazione di manipolazione genetica dei feti atta a determinarne il ruolo sociale e da un inarrestabile condizionamento mentale che tramite l’ipnopedia – il principio dell’insegnamento durante il sonno – infonde fin dall’infanzia le “virtù” dell’obbedienza passiva, del consumo materiale e della promiscuità sessuale in cambio di ogni sentimento e di ogni difesa della propria individualità.

Aldous Huxley

Aldous Huxley

Scritto a cavallo delle due guerre mondiali, Il mondo nuovo riflette l’inquietudine e il pessimismo che l’autore avvertiva verso il prossimo futuro, espressa chiaramente in una lettera rivolta al fratello nella quale descriveva l’accelerazione della dominanza mondiale da parte degli Stati Uniti d’America come una delle conseguenze più deplorabili della Prima Guerra Mondiale. Lo Stato Mondiale creato da Huxley, con i suoi grattacieli, l’economia del dollaro, il culto della giovinezza e il condizionamento mentale, è una satira della diffusione globale dell’american way of life, intesa dall’autore come realizzazione orrorifica delle visioni future nei problemi della società del presente. Non solo, perché questa “favola” può essere anche interpretata come obliqua approvazione da parte dei progetti scientifici. La potenza di quest’opera resta tuttavia proprio la sua ambivalenza, che resiste a ogni interpretazione categorizzante.

I temi trattati sono stati successivamente ripresi nel 1958 dalla raccolta di saggi Ritorno al nuovo mondo, che li ha riesaminati alla luce del secondo dopoguerra: ecco quindi passati in rassegna il problema della sovrappopolazione, della superorganizzazione, della propaganda sia in una società democratica che sotto la dittatura, dell’arte di vendere, del lavaggio dei cervelli, della persuasione chimica e subconscia, dell’ipnopedia e dell’educazione alla libertà. Ciò che ne esce è la drammatica presa di coscienza della realizzazione anzitempo dei fatti esposti nel romanzo: “l’incubo dell’organizzazione totale, che io ponevo nel settimo secolo dopo Ford, è sortito dal futuro, lontano e tranquillante, e ora ci attende, lì all’angolo”. Cinquant’ anni dopo l’angolo è stato svoltato e le profezie di Huxley sembrano già realizzate. Ora ci resta da vedere come verranno inscenate da Spielberg sperando che, al contrario di quanto espresso nel romanzo dal Governatore Mondiale che che “tra la felicità [per il non sapere, ndr] e ciò che una volta si chiamava la grande arte” scelse la prima, non sacrifichi la sua maestria in favore di una maggiore stabilità sociale.

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Viola Bonaldi

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Bergamasca e inguaribile esterofila, gli studi magistrali in Comunicazione, Informazione, Editoria non l’hanno ancora aiutata a capire chi è. Cresciuta a pane e Zola, è allergica a qualsivoglia etichetta e preferisce descriversi come una donna affetta da incurabile bovarismo, da un bipolarismo che la porta ad essere a volte Dean Moriarty e a volte Holden Caulfield e da un’inarrestabile curiosità che spesso sfocia in ossessività, un po’ come Des Esseintes. Adora viaggiare verso località fredde ed economiche ed essere accompagnata dal suo mp3 pieno di “gente morta”, come spesso le dicono – perché è così che spesso le persone definiscono il Classic Rock e il Blues, poveri pazzi. Cosa fa su MeLoLeggo? Analizza a fondo i libri tenendo in considerazione i diversi contesti storici e artistici, cercando in questo modo di suscitare interesse non solo per il singolo scritto ma anche per gli universi letterari e sociali considerati.

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