A tu per tu con Pietro Caliceti

È da poco uscito il pregevolissimo libro di Pietro Caliceti: L’ultimo cliente (Baldini & Castoldi), un romanzo tanto innovativo quanto originale che di sicuro i nostri lettori non si faranno scappare. Mentre correte in libreria per procurarvene una copia, abbiamo chiesto all’autore di rispondere a qualche domanda.

Pietro Caliceti

Pietro Caliceti

Quando ha iniziato a scrivere?

Sono diventato scrittore per caso circa due anni fa. Prima svolgevo la professione di avvocato d’affari: mi occupavo di grandi operazioni, cessioni aziendali, e mi è capitato di lavorare per le banche. Dal 2001 ho iniziato una carriera nuova come avvocato privato che ho portato avanti fino alla crisi che ha devastato il mercato. Ho vissuto un periodo drammatico anche io, poiché nella bufera che ha colpito il mondo del mercato anche il settore dell’avvocatura è stato messo a dura prova. Il libro nasce a questo punto: è la storia di chi, come me, si è ritrovato falciato dalla crisi.

Lei è uno tra i primissimi autori che ha introdotto in Italia il genere del thriller finanziario. Come mai ha deciso di operare in questo campo e non tentare una strada differente?

Io volevo scrivere di cose che hanno attinenza con la realtà. In Italia, per fortuna, non ci sono stati numerosi casi di serial killer, tuttavia sono la materia principale su cui si basano la maggior parte dei romanzi del genere. Avrei potuto scrivere di alcune indagini di qualche commissario o di qualche episodio di Mafia, ma avrei finito per parlare di qualcosa di già noto e di cui si è già scritto in abbondanza. Ho voluto invece parlare di ciò che ci ha colpiti tutti e che ci colpisce nella vita concreta, nella vita di tutti i giorni, e volevo qualcosa di originale.

Il mestiere di avvocato negoziatore, che lei ha svolto e che descrive ne L’ultimo cliente, sembra un misto tra l’investigatore, lo psicologo e il mediatore poliziesco. È proprio così?

In un certo senso sì. Quando ci si occupa di diritti societari e di cessioni bancarie bisogna sviluppare molte competenze e unire la teoria alla fantasia. Come uno psicologo devi capire chi hai di fronte, cosa pensa, cosa può pensare e come può reagire. Devi avere una certa abilità nel mettere insieme i pezzi e fare qualche ricerca mirata esattamente come i detective e i mediatori polizieschi, come li chiama lei, e allo stesso tempo bisogna essere in grado di mantenere la calma e studiare bene la situazione per agire nel momento e nel modo più giusti. È una cosa molto delicata.

Il romanzo contiene sia episodi realmente avvenuti che inventati. Quali sono i primi, quali i secondi?

Episodi veri sono la crisi che ha colpito tutti i settori, le sensazioni negative dovute alla mancanza di clienti, la scomparsa dei vari imprenditori. Anche il cliente che arriva e propone una nuova commissione è qualcosa che mi è capitato. Vero è anche l’episodio della Libia: seguivo un cliente che stava negoziando con il governo libico un appalto (anche se non legato al settore autostradale come indicato nel libro) e ci siamo recati in Libia per  siglare il contratto, ma proprio la sera prima abbiamo assistito al rapimento del primo ministro libico e al quasi colpo di stato che si stava per attuare. È stata una situazione molto spiacevole e molto delicata con cui avere a che fare.

A proposito di personaggi, una cosa che sorprende è che ne L’ultimo cliente non esiste un cattivo in senso stretto. La causa del male non è una persona specifica, ma un sistema formato da più persone. È stato complicato pensare a una cosa simile?

No, affatto. La mia era voglia di rispecchiare la realtà, e alla fine nella realtà è raro che ci sia chi è davvero totalmente buono o totalmente cattivo. Le situazioni sono sempre molto più complesse di quello che appaiono e le spiegazioni troppo semplicistiche non danno una risposta vera e concreta.

L'ultimo cliente

L’ultimo cliente

Qual è stato il personaggio più difficile da scrivere?

Tutti i personaggi sono stati difficili da scrivere. Era la prima volta che mi cimentavo in un lavoro di scrittura che fosse differente dalla pubblicazione specialistica o accademica. Pur avendo la passione per la lettura e la scrittura, e pur covando da molto il desiderio di scrivere, non mi ero proprio preparato una storia, non pensavo di pubblicarla. All’inizio doveva essere qualcosa di mio, una specie di diario di quello che pensavo e provavo che al massimo avrebbe letto solo la mia famiglia. Poi ho iniziato a cambiare le cose, a delinearne delle altre e da lì sono nati dei personaggi e una storia.

E da dove ha preso spunto per il nome del protagonista, Luca Pugliatti?

“Pugliatti” è un omaggio a uno dei più importanti giuristi italiani contemporanei, Salvatore Pugliatti, che lavorò principalmente a cavallo degli anni ’50/’60. È stato un personaggio molto importante nella mia formazione professionale. In precedenza ho già scritto due libri di carattere accademico e alcuni saggi dove le riflessioni del Pugliatti hanno un ruolo molto importante. Il nome “Luca” è stato scelto solo perché cercavo un nome che si accompagnasse adeguatamente, come suono, al cognome “Pugliatti”.

Nel suo libro, tra le varie tematiche affrontate, sembra trasparire comunque un messaggio positivo, una sorta di speranza. È corretto o mi sono sbagliato?

No, è corretto. Non nel senso che il libro vuole essere un libro morale o ispirare grandi riflessioni. Chi lo leggerà si renderà conto di quanto può essere importante il lavoro e di cosa significhi perderlo. Il protagonista è qualcuno che ha perso il lavoro, e di conseguenza la capacità di provvedere a sé e ai suoi cari, finendo così a perdere la speranza anche nella vita. Questa storia mostra come sia importante tornare ad avere fiducia in se stessi e nelle persone e a reinventarsi lavorativamente parlando. Il protagonista, infatti, terminata questa avventura finirà per fare altro.

Lei, invece, una volta conclusa la stesura del romanzo come si è sentito?

Bene. È stata una sensazione piacevole perché sapevo che avevo finito di fare qualcosa che era importante per me.

Oltre ovviamente a L’ultimo cliente, ci sono altri libri che si sente di consigliare o un autore che pensa l’abbia influenzata nel suo modo di scrivere?

Parto dicendo che i miei autori preferiti sono Hemingway e Melville. Non che mi stia accostando a loro, non so se mi hanno influenzato nel mio modo di scrivere e non voglio essere paragonato a loro perché sono proprio immensamente grandi rispetto a me. Sono due autori che leggo da moltissimi anni e che consiglierei a tutti. Altri autori che penso mi piacerebbe consigliare sono John Ford e Banville. Ma anche Grisham, che è un giallista molto capace.

Salutiamo e ringraziamo Pietro Caliceti per la sua disponibilità. Ora non resta altro che correre in libreria e immergerci nella lettura de L’ultimo cliente. Alla prossima!

Inserito in: Interviste, Novità

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Gabriele Scandolaro è dottore in Lettere Moderne ed educatore ed è un lettore proprio come voi. La sua passione è iniziata in tenera età grazie ad una nonna molto speciale che passava i pomeriggi raccontandogli favole e leggendogli libri. Ma non ne aveva mai abbastanza. Ha iniziato a leggere per conto suo e da allora non ha più smesso. Legge qualsiasi cosa: fantasy, gialli, saggi, romanzi rosa, horror, testi scolastici, fiabe, manuali. La sua passione lo ha portato a laurearsi in Lettere Moderne perché unica scelta possibile per un lettore così avido come si descrive. Quando non legge suona il violino. Non riesce a immaginare una vita senza libri e senza musica. Cosa fa su MeLoLeggo? Recensisce i nuovi autori e si dedica a raccontarli attraverso le interviste.

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