Rosa spinacorta, di Mario Ferraguti

Il romanzo, nelle sue molteplicità di generi e stili narrativi, si presta benissimo a far conoscere realtà altrimenti ignote ai più. Storie spesso ignote perché di gente umile, di fatti consueti che non si raccontano in giro e per questo portati avanti solo per tacita tradizione.

Rosa Spinacorta di Mario Ferraguti, secondo me, rientra ampiamente in questo contesto.

Rosa spinacorta
Rosa spinacorta

Come accaduto ad altre in precedenza, anche Tecla, trovatella accolta dalle suore del convento in cui si venera la Madonna della rosa spinacorta, viene scelta per la vestizione della Regina. Un rito tutto particolare, nel quale la statua lignea è conservata lontana dagli occhi di tutti per essere mostrata ai fedeli, vestita e truccata e con una rosa spinacorta in mano, coi colori sempre vivi come se fosse appena colta. Un corpo di legno da accudire, capace di miracoli anche se sembrava non fosse altro che una statua immobile e incapace di qualunque azione. A Tecla viene affidato questo compito senza che le sia concesso esprimere la propria opinione, in un clima di silenzio e misteri da conservare per tenere il segreto sempre saldo. Così, la ragazzina apprende dalla silenziosa “donnadischiena” tutto ciò che dovrà fare per accudire la statua, annullando nel contempo sé stessa, nel corpo e nell’anima, per dedicare la propria esistenza a questo alto compito, con regole da seguire:

“…e questo libro sembrava fosse lì apposta ad aiutarmi, convincermi a liberarmi del mio corpo, cancellarlo, distruggerlo pezzo a pezzo, arto dopo arto, come un nemico di cui si prova fastidio e vergogna…”

La devozione del popolo le appare in tutta la silenziosa intensità della fede:

“…da questa sperduta in cielo sopra la chiesa, tutte le domeniche mattine sento le voci. Una più forte e solitaria che conduce, come il direttore dell’orchestra, altre che rispondono la stessa cosa in coro… la nominano in mille modi, arca dell’alleanza, torre d’avorio, stella del mattino, rosa mistica, rifugio dei peccatori, salute degli infermi. Lei è tutto quello, mi ripeto nella testa, ogni cosa che dicono; e lei può tutto…”

Fede e sacrificio, certo. La vita, però, ci mette del suo. Il caso, pure. Tecla vede il suo corpo trasformarsi, si chiede perché deve mettere a tacere una voce che reclama da dentro, che vuole essere ben altro che una silenziosa guardiana. Le stesse avvisaglie di qualcosa che cambia le apprende osservando la poca gente che incontra:

“… da quando ero andata in paese e avevo sentito addosso gli occhi di Filippo il matto e, soprattutto, da quando mi volevano far vergognare delle vergogne, mi era venuta voglia di guardarmi allo specchio…”

Allo stesso tempo, però, matura dentro di lei una confidenza con la Madonna, una profonda ammirazione per l’essenza miracolosa che deve esserci da qualche parte, ben oltre la semplicità e l’inanimatezza del legno in cui è scolpita la statua. Una statua per la quale Tecla sarebbe pronta a colpire l’eventuale intruso che volesse violare il segreto.

Accade, a questo punto, l’inimmaginabile. La svolta che scombussolerà i piani delle suore e la vita stessa di Tecla, per mano di Filippo il matto, facendola precipitare di colpo in un altro mondo di cui, per forza di cose, non avrebbe mai potuto immaginare l’esistenza. Proprio quel mondo da cui, fino ad allora, aveva dovuto proteggere la Regina. Non vado oltre nello svelare la storia, mi piace lasciare un pizzico di curiosità per una vicenda che, vi assicuro, avvolge e coinvolge.

Nel romanzo affiorano e abbondano credenze popolari, la fede e il sacrificio, il dissimulare sé stessi per diventare entità incorporea e trasparente.

Un romanzo scritto con incedere pomposo, una prosa nell’insieme ricca di malinconia e grandiosità. Una scrittura che scivola pur essendo densa, figurativa, musicale. Parole profonde e un tracciato poetico che fanno provare la sensazione di avere tra le mani i grandi romanzi storici, quella voce narrativa che tiene incollati e fa riflettere su vivide immagini, sensazioni, emozioni.

Mario Ferraguti mi risulta abbia sempre cercato le voci e le storie nascoste dell’Appennino parmense. Questo romanzo, a mio giudizio, è la potente conferma della validità di una ricerca da protrarre in futuro, come e quanto più sia possibile fare.

Enzo D'Andrea

Enzo D’Andrea è un geologo che interpone alle attività lavorative la grande passione per la scrittura. Come tale, definendosi senza falsa modestia “Il più grande scrittore al di qua del pianerottolo di casa”, ha scritto molti racconti e due romanzi: “Le Formiche di Piombo” e "L'uomo che vendeva palloncini", di recente pubblicazione. Non ha un genere e uno stile fisso e definito, perché ama svisceratamente molti generi letterari e allo stesso tempo cerca di carpire i segreti dei più grandi scrittori. Oltre che su MeLoLeggo, scrive di letteratura sul blog @atmosphere.a.warm.place, e si permette anche il lusso di leggere e leggere. Di tutto: dai fumetti (che possiede a migliaia) ai libri (che possiede quasi a migliaia). Difficile trovare qualcosa che non l’abbia colpito nelle cose che legge, così è piacevole discuterne con lui, perché sarà sempre in grado di fornire una sua opinione e, se sarete fortunati, potrebbe anche essere d’accordo con voi. Ama tanto la musica, essendo stato chitarrista e cantante in gruppi rock e attualmente ripiegato in prevalenza sull’ascolto (dei tanti cd che possiede, manco a dirlo, a migliaia). Cosa fa su MeLoLeggo? cerca di fornire qualcosa di differente dalle recensioni classiche, preferendo scrivere in modo da colpire il lettore, per pubblicizzare ad arte ciò che merita di essere diffuso in un Paese in cui troppo spesso si trascura una bellissima possibilità: quella di viaggiare con la mente e tornare ragazzi con un bel libro da sfogliare.

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