Musica in Lockdown: intervista a Riccardo De Stefano

Musica in Lockdown è un titolo esplicito dato alle stampe con Arcana Edizioni nello scorso 2021 dal giovane critico musicale Riccardo De Stefano, direttore del portale ExitWell. Parla ovviamente del tragico 2020, quando per alcuni mesi siamo stati tutti bloccati dalla pandemia e il settore musicale ne ha risentito di più per l’impossibilità dei live. De Stefano fa un’analisi molto approfondita toccando temi legati al mondo della musica: da Sanremo al Concertone del Primo Maggio alla rivoluzione del web, presentando i tanti nuovi social. Intervista inoltre un sacco di addetti ai lavori che illustrano la situazione e propongono soluzioni; con loro fa una carrellata sulle nuove associazioni sorte in questo periodo, a partire da i Bauli in Piazza.

Il ricco volume del critico musicale romano è una sorta di capitolo secondo, iniziato con lo stupendo Era Indie – La rivoluzione mancata del nuovo pop italiano, libro uscito sempre con Arcana nel 2019. In quel libro si analizzava, ancora attraverso interviste a musicisti e addetti ai lavori, la situazione della musica italiana nel decennio che stava finendo. Un decennio contraddistinto da una conquista da parte dell’indie-pop italico di palchi prima impensati, con una spinta data dal web e dai nuovi modi di fruire musica. Una vera e propria rivoluzione tecnologica che ha portato la musica underground vicina a quella mainstream.

La pandemia del 2020 ha reso ancora più veloci quei fenomeni analizzati nel primo libro, con il web divenuto il canale principale per diffondere la musica. Secondo Riccardo De Stefano questa è un’opportunità da cogliere, più che un problema, come sembra stia succedendo all’estero, a partire dagli USA ma non solo (anche l’Oriente è molto avanti) dove l’integrazione con i social è fortissima. Il sottotitolo non a caso è “Come si è fermata e come farla ripartire”, riferito alla musica. Come? Ne ho parlato con l’autore, Riccardo De Stefano.

Musica in lockdown

Come è nato Musica in Lockdown?

È nato da un momento di isolamento e confusione, cioè i primissimi giorni del lockdown di marzo 2020. Quella che sembrava una distopia è diventata realtà, lasciandoci tutti prigionieri delle nostra mura domestiche. Un po’ per reazione, un po’ per rispondere alle domande che mi stavo ponendo, ho iniziato a lavorare a un libro che raccontasse lo stupore di quell’anno assurdo, come un documento in tempo reale di qualcosa di (prima di allora) inconcepibile, cioè un lockdown mondiale, e che effetti e che reazioni poteva avere sul e dal mondo musicale.

“Come si è fermata e come farla ripartire” è il sottotitolo. Lo chiedo a te: come farla ripartire?

La musica riparte, o dovrebbe ripartire, dal capire che non può esistere un mondo senza musica e senza concerti. È ripartita da una filiera che ha fatto fronte comune e unito le forze e, anche se in ritardo di qualche decennio, ha creato tante associazioni e realtà rappresentative delle professionalità musicali, spesso dimenticate o sottaciute dal mondo dell’intrattenimento, come tutta la parte tecnica, amministrativa e manageriale.

Dalla tua analisi e da certe dichiarazioni degli addetti ai lavori che intervisti, pare che dal governo sia arrivato poco. È così? Come mai?

Diciamo che il governo ha avuto altro a cui pensare, e non solo ora, ma da sempre. Un pensiero sbagliato che serpeggia da decenni riguarda il fatto che, dato che la musica “pop” in senso lato genera molti soldi (per pochissime persone) allora non c’è bisogno di attenzioni da parte delle istituzioni, visto che si sostiene da sé (a differenza della musica classica e del mondo dei conservatori, in una posizione di tutela privilegiata). Abbiamo visto che senza il supporto del governo, centinaia di migliaia di persone avrebbero perso per sempre il lavoro, e tantissimi si sono dovuti reinventare una vita, oltre che una carriera.

Tu sei schierato con la musica liquida, e sostieni che molta parte del mondo musicale non ha capito come muoversi oggi: “…musicisti sempre più pigri e incapaci di sfruttare al meglio le tantissime risorse che il www ci pone davanti”, cito dal tuo libro. Molto forte come discorso … vuoi aggiungere qualcosa?

Per quanto possiamo lamentarci dello streaming, oggi la situazione è questa e sbattere i piedi e piagnucolare serve a poco. Non si tornerà indietro e semmai si andrà avanti, forse verso gli NFT musicali o le potenzialità del metaverso in arrivo. Molti artisti si arroccano dietro il “misconcetto” che basti scrivere o cantare una canzone per considerare il proprio lavoro completo, quando invece la “canzone” è solo uno degli step del musicista di oggi. Perlopiù questa è pigrizia, se non incapacità, e solo chi davvero vuole vivere di musica riesce a muoversi in più ambienti promozionali e comunicativi, quali quelli offerti dalla rete, che può e deve essere vista come un alleato e non come un nemico (e d’altronde il vecchio mondo discografico non era peggio?). Altrimenti si può essere anche musicisti e non farlo come mestiere e va benissimo così, solo che lamentarsi della presunta ingiustizia del mondo è quantomeno ingenuo.

Questo per l’Italia, invece in altri paesi sembra ci siano delle situazioni diverse. È così?

Siamo comunque dipendenti da quello che accade nel mondo anglofono, e in qualche modo da quello europeo. Ma oggi la rete e lo streaming hanno gettato un faro sulle produzioni nazionali, che sempre di più acquistano un peso economico e culturale, sì importando ma anche rileggendo i nuovi stilemi comunicativi. Questo ha fatto sì che ogni nazione sviluppasse un proprio modo di concepire le economie musicali e i linguaggi promozionali, con ancora gli USA come faro guida della proposta musicale mondiale, ma non solo. C’è da riconoscere come negli States i livelli promozionali, di ascolto e di lancio dei prodotti siano per noi inarrivabili, e la recente gamification dei live nel mondo del gaming (come Travis Scott su Fortnite o Ed Sheeran su Pokemon GO) per le produzioni italiane siano impensabili. Dall’altra parte, un mercato gigantesco come quello americano permette anche alle nicchie di esulare da certe dinamiche e di sostenersi in metodi alternativi, ma solo per quegli artisti (come i Vulfpeck, ad esempio) che sanno sfruttare benissimo il mondo del web.

Il libro è uscito con Arcana? Come mai ancora con loro?

L’idea era quella di fare una sorta di sequel del mio primo libro, Era Indie, che si concludeva, oggi un po’ ironicamente, su “cosa sarebbe successo nel nuovo decennio” e ovviamente senza neanche poter immaginare quello che poi è successo. Volevo, in un certo senso, scrivere un nuovo finale, approfondendo il discorso e tirando fuori certe dinamiche. Mi sembrava giusto continuare con lo stesso editore per questo motivo, per immaginarli idealmente in un unico package, come una sorta di saga musicale a sé.

Musica in Lockdown parla del 2020, l’anno della pandemia che ci ha presi tutti in contropiede, per non dire di peggio. E il 2021 come è stato vissuto dalla musica italiana? Abbiamo imparato qualcosa?

Il 2021 è stato per certi versi anche peggiore. Vero che è tornata la musica dal vivo, ma le dinamiche commerciali ed economiche stanno mostrando alcune inquietanti derive, inflazionando ancora di più i pochissimi live che si stanno facendo, con biglietti molto costosi per sopperire alle esigenti produzioni e garantire una sopravvivenza alla filiera. Tutte le velleità sul “ne usciremo migliori” (per chi ci ha creduto, almeno) si sono sciolte in pochissimo tempo e lo stacco che si stava intravedendo nel 2019 tra il mondo di sopra del mainstream e il mondo di sotto dell’emergente è stato incredibilmente enfatizzato dopo un anno di stasi piena. Oggi i soldi sono ancora di più concentrati in piccolissime bolle e tutti gli artisti cercano disperatamente di entrarci, appiattendo la proposta musicale in quelle due o tre correnti musicali “moderne” (l’ultima, l’hyperpop d’importazione anglofona) ma senza alcuna innovazione, senza rilettura. E sempre più spesso gli emergenti puntano solo sull’apparire e non sull’avere qualcosa da dire, mentre la scena underground si è disgregata a causa della sparizione dei locali.

Altro da dichiarare?

Che in ogni caso tutto andrà avanti, come deve andare e che saremo qui per capirlo e per parlarne. La musica è troppo importante per diventare un mero oggetto di consumo e che una nuova generazione sta arrivando, quindi cambierà a breve ancora tutto. Io dal canto mio continuo il lavoro con ExitWell, la rivista che dirigo, oltre ad avere un mio canale YouTube dove approfondisco argomenti sul classic rock e sulla contemporaneità. E sono al lavoro su un nuovo libro, sempre per Arcana, che sarà però una monografia dedicata a un nome nuovo di questi anni che ammiro molto, ma di cui ancora non faccio menzione. Quindi, posso solo dirvi “a presto”!

Diego Alligatore

Diego Alligatore è critico rock del web dalla lontana estate del 2003, quando ha iniziato a scrivere di rock indipendente italico sul portale della nota agenda Smemoranda. Da allora non ha più smesso, intervistando e recensendo centinaia di gruppi dell'underground di casa nostra, oltre che su Smemoranda.it anche sul BLOG DELL'ALLIGATORE, su Frigidaire e Il Nuovo Male cartacei. A gennaio 2018 fonda con la sua compagna Elle L'ORTO DI ELLE E ALLI, sito di orto bio e culture alternative, cose curate insieme con passione autentiche. In tutti questi posti non ha mai dimenticato che anche la letteratura può essere rock, parlando con giovani scrittori italici, recensendone libri, incontrandoli in alcune presentazioni. Nel 2021 è uscito con Arcana il suo "Giovani, musicanti e disoccupati", libro di interviste a musicanti indipendenti durante il lockdown del 2020. Cosa fa su MeLoLeggo? Continuerà a cercare giovani autori, parlando con loro di buoni libri, perché la vita è troppo breve per sprecarla con cattive letture.

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