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Recensione: La contea dei ruotanti, di Franco Bomprezzi

Franco Bomprezzi
Franco Bomprezzi

La storia de La contea dei ruotanti di Franco Bomprezzi è ambientata in una futuristica Italia del Terzo Millennio, dove una rivoluzione dei disabili porta alla nascita di uno Stato indipendente nel territorio della Bassa Padania: la contea della Sacra Ruota.

La cittadella di tipo medievale è “inaccessibile e inattaccabile” in quanto circondata da un fossato e da alte mura che la separano dal mondo dei “camminanti”, ai quali tra l’altro è severamente vietato l’ingressoQui vivono esclusivamente handicappati che si muovono in carrozzina e che hanno conquistato la loro libertà e indipendenza e sono capaci di prendersi cura autonomamente di se stessi senza sottostare alle leggi e alle regole dei cosiddetti “normali”.

In questa roccaforte “i ruotanti” hanno creato un ambiente adatto alle loro caratteristiche fisiche dove tutto è strutturato a misura di handicappato: non ci sono barriere architettoniche e ogni cosa si trova ad altezza di carrozzina, come i letti, i banconi dei negozi oppure i bancomat.

Handicap era la Misura. Handicap era la Norma. Handicap era il Potere.

In questo contesto si sviluppano le vicende di Paolo e Francesca. Lui è un camminante bello e atletico che viene fatto prigioniero e sottoposto a un esperimento: essere “riabilitato” secondo le regole della contea, il che, nello specifico, vuol dire essere costretto a vivere come tutti gli altri su una carrozzina rinunciando all’uso delle gambe. Lei è la sua bella guardiana e carceriera che ha il compito di controllarlo e accompagnarlo nel suo percorso riabilitativo. Ma Francesca, grande sostenitrice della trasformazione, è anche colei che metterà in discussione il nuovo sistema: è giusto imporre intenzionalmente a un essere umano una condizione che non ha scelto? Attraverso di lei vengono alla luce le contraddizioni implicite in uno Stato che è diventato regime.

La contea appare inizialmente come un luogo idilliaco dove i ruotanti possono finalmente esprimere le loro capacità e potenzialità. Ma è davvero così? Il narratore ci descrive questo posto come una realtà chiusa in se stessa; e la chiusura non è solo fisica, ma anche psicologica e culturale: è un ambiente che esclude l’altro volontariamente non accettando la diversità.

L’autore mostra una grande capacità nell’uso del linguaggio, che riesce a modulare e adeguare alla narrazione: all’inizio ci trasmette il senso di chiusura, il grigiore, la monotonia, mentre i cambiamenti successivi che avvengono nei personaggi e nella vita all’interno della contea vengono resi attraverso uno stile più vivace e dai toni più caldi.

La forza del romanzo sta nella sottile ironia con la quale Bomprezzi ci presenta questo microcosmo ribaltato, alquanto irreale, che esprime, al tempo stesso, una critica implicita al mondo dei “camminanti” con i loro pregiudizi, una rivendicazione del diritto a essere diversi, la necessità di essere accettati per quello che si è e, infine, un invito a tutti ad accettare la propria fragilità e i propri limiti.

È un libro che consiglio vivamente di leggere non solo perché piacevole e scritto ad arte, ma perché tratta argomenti di grande attualità e spinge alla riflessione.

Gina Migliori

Gina Migliori è laureata in Lingue e letterature straniere moderne e lavora in un centro di grafica stampa e pubblicità. Le sue più grandi passioni sono leggere e viaggiare, e appena le è possibile prepara la valigia, nella quale non manca mai un libro, e parte. Per lei il viaggio non è solo un luogo fisico, ma anche quello spazio virtuale contenuto all’interno di ogni libro che le permette di vivere e spaziare in posti e universi sconosciuti, attraversando i quali le si rivelano delle “conoscenze di sé” di cui non aveva mai avuto percezione. Ha uno strano rapporto con i libri, infatti non è lei a scegliere i libri ma sono i libri a scegliere lei e a “chiamarla”, perché ognuno di essi ha un messaggio da trasmetterle. Cosa fa su MeLoLeggo? Legge e recensisce libri per condividere la sua passione con gli altri.

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