In libreria: Il movimento dei meli gemelli, di Paolo Latini

Il movimento dei Meli Gemelli

Il movimento dei Meli Gemelli

Segnalato al XXV Premio Calvino, arriva in libreria “Il movimento dei meli gemelli”, di Paolo Latini.

Una terra che prima non esisteva è emersa, da qualche parte al nord.
Tutto merito del progetto di bonifica di un giovane architetto e di una strana corrente che scorre sotto un fiume impaludato. Per completare in tempo i lavori di insediamento, l’Ammiraglio proprietario dell’acquitrino recluta braccianti e artigiani da ogni dove. La bislacca comunità che ne deriva viene però presto annientata dalla prima guerra mondiale. Unico superstite di quella incongruenza sociale è il brefotrofio che presidia la grande ansa dei Meli Gemelli. Lì dentro, un giovane tutore che ha studiato arte a Parigi insegna ai ragazzini la reattività creativa, ispirato dalle teorie del Bauhaus e dai rovelli di Brancusi.

Crescerà così una bolgia scombinata di faciulleria, da dove emergono il saltapozzanghere Griso, il campione di sollevamento pesi dallo stomaco Sanco, ma ci sono anche la piccola Sosta, che decide di essere una bambola per dare almeno un balocco alle sue amiche, e la saggia Tecla, che per tenere unito il clan organizza collettivi e redige pugnaci comunicati, invocando equilibrio, armonia e giustizia. Esaltati dal progetto, gli studenti provano a scrivere la storia con la lima e i cacciaviti, si sfidano in gare di atletica acrobatica con i sogni e studiano in laboratori a sperimentazione concentrica. Ma anche questo riscatto deraglia seriamente, spintonato da una crisi epilettica su scala mondiale che gli altri hanno chiamato “seconda guerra”. In loro soccorso solo un gerarca afflitto da un’inopportuna autonomia intellettuale, un prelato illuminato e un’ebanista devoto e davvero incline alla filantropia.

“Ci sono due monoliti e un punto di domanda dietro a questo lavoro. Il primo monolite è la famiglia, il secondo è l’arte. Mi sono divertito ad azzerare entrambe, collocandole in un non-luogo che insieme avrebbero dovuto impegnarsi a costruire. La guerra è stato il catalizzatore e l’esperienza del Bauhaus l’utensile. È una vicenda che avrebbe anche potuto essere vera, il tappeto storico lo è, dentro la quale ci si allena incessantemente alla ripartenza. Destrutturazione della famiglia, impiego quotidiano, speculativo dell’arte e riscatto, sono temi forti del tempo presente che pongono a me, come a chiunque altro, un interrogativo dal quale non è possibile defilarsi: il futuro delle nostre origini. Ma la cosa potrebbe anche essere divertente se non eccitante. Per me lo è stato.”

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