Atto di violenza, di Manuel de Pedrolo

« Mi tratti da egoista e non ti accorgi fino a che punto lo sei tu. Le cose ti sono andate bene, hai fatto strada velocemente perché hai accettato che gli altri pensassero al posto tuo. »

C’è spesso un pregiudizio nei confronti della letteratura spagnola: viene dipinta come ingarbugliata, difficile, eccessiva nei suoi sofismi e lenta, drammaticamente lenta. Non c’è modo migliore per ribaltare questo pregiudizio che non usando Atto di vioenza, scritto nel 1961 ma pubblicato solamente postumo alla morte dell’autore, il celebre Manuel de Pedrolo (sconosciuto in Italia, ma molto famoso in patria, specialmente per i suoi libri gialli e il suo capolavoro fantascientifico Seconda origine tradotto in italiano nel 2011).

Atto di violenza

È facile intuire il motivo per cui Atto di violenza non sia stato pubblicato prima. Il parallelo con la dittatura del Generale Francisco Franco è inevitabile. D’altronde, durante tutta la sua carriera artistica, Manuel de Pedrolo ha avuto problemi con la dittatura fascista spagnola, subendo più e più volte la censura ai suoi 72 libri pubblicati.

Ora per la prima volta Atto di violenza è stato tradotto in italiano da Beatrice Parisi e pubblicato da Paginaotto.

La scrittura fluida e adrenalinica di Pedrolo ci catapulta nella realtà parallela e ucronica di una città senza nome e dalle non meglio precisate dimensioni, fisiche e istituzionali. Il tipo di ambientazione e il modo di descriverla, pur essendo totalmente verosimile alla realtà vissuta dall’autore nella Spagna franchista, richiama molto i classici della fantascienza e della distopia.

Questa città è governata col pugno di ferro dal giudice Domina, un pazzo visionario che gestisce ogni singolo aspetto della vita della sua popolazione, dalle scuole ai giornali. È di fatto una dittatura nascosta dietro principi e tradizioni.

La narrazione inizia con la rappresentazione fisica dell’atto di violenza di cui si parla nel titolo. Un atto di violenza che, però, non è violento, non subito perlomeno. La violenza, la si ritrova soprattutto nella reazione delle autorità cittadine.

La città si ferma.

Restate tutti a casa” è il messaggio che si trova appeso sulle vetrine dei negozi e sui cancelli delle fabbriche, che passa di persona in persona con un sussurro.

Nessuna violenza, nessuna rivolta, nessuna vetrina sfasciata… Semplicemente il vuoto.

Per protestare contro il regime di Domina, la popolazione blocca l’intera città. La scuola non apre, i cantieri rimangono fermi, i mezzi pubblici non si muovono dalle pensiline e dalle stazioni, i negozi rimangono chiusi, le derrate alimentari e sanitarie non arrivano. Nessuno vende e nessuno compra, totale immobilità.

Non tutti si ribellano, qualcuno continua ad aprire e a lavorare, ma la maggioranza silenziosa mette così in crisi il governo di Domina che . Cominciano i rastrellamenti della polizia, le violenze gratuite.

Il regime brancola nel vuoto perché non sa chi e come colpire, non sa chi sono i colpevoli, né come ribaltare la situazione, perciò comincia a colpire a caso chiunque si muova per strada.

La narrazione è divisa in tre giorni, perché solo tre giorni servono alla popolazione della città per incutere a Domina così tanto terrore da indurre alla fuga, una fuga che lascia una scia di sangue dietro di sé.

Manuel de Pedrolo sceglie un tipo di narrazione corale, non seguendo un’unica storia ma le storie di tante persone molto diverse tra loro, per età, cultura e censo, e solamente alcune di queste storie si intersecano tra di loro alla fine.

I personaggi sono molti, ma dopo la lettura si può dire che l’unico vero protagonista — silente e assente, tranne che nell’ultimo capitolo — è sempre il giudice Domina, con le sue leggi e il suo protagonismo politico, in tutte le vicende raccontate all’interno del libro.

È l’autore stesso a renderlo esplicito nell’ultimo, splendido capitolo di questo romanzo, in cui il personaggio principale è proprio il giudice Domina e i dialoghi con il suo fedele autista sono davvero un capolavoro di dialettica e analisi politica, adattabile a qualsiasi dittatura che sia mai avvenuta in tutto il mondo.

« Perché non basta che all’improvviso un popolo si ribelli all’ordine costituito. I movimenti di contestazione non portano da nessuna parte se non contengono qualche fermento creativo, una volontà di costruire sulle rovine, una volontà che si traduca in un programma più o meno preciso. Ovviamente questo è un problema mondiale. Il dramma dei nostri giorni è che non abbiamo nulla con cui sostituire i valori della civiltà che rinneghiamo. E con questo intendo dire che siamo disillusi. Viviamo in una sorta di terra di nessuno, tra quello che è stato, mediocre e schiavizzante, e una nebulosa che non sappiamo come dissipare. È come se di colpo fossimo finiti in un vicolo cieco. Sappiamo che non è possibile andare avanti, ma non riusciamo a trovare un’altra strada. »

Elisabetta Zocca

Elisabetta Maria Zocca è una restauratrice specializzata in beni librari e pergamenacei e passa le sue giornate tra archivi e biblioteche pubbliche e private. Nata e cresciuta a Verona ma con il cuore a Venezia, ha sviluppato fin da bambina l'amore per la lettura e per la scrittura, passioni che l'hanno portata ad attivarsi precocemente nel mondo della promozione del libro e della cultura. Molti suoi racconti si possono trovare online e in libreria all'interno di diverse antologie tematiche. Scrive inoltre articoli e interviste su vari magazine online, tra cui LoSpazioBianco, FrizziFrizzi e Vanilla Magazine. Ha creato e gestisce con successo diversi gruppi di lettura per adolescenti con una formula innovativa. Cosa fa su MeLoLeggo? Recensisce i libri che più le piacciono tra quelli che legge, mettendo ordine nella sua testa e nelle letture sul suo comodino, che spesso diventano instabili pile pronte ad abbattersi su di lei nel sonno.

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