338171 T.E. (Lawrence D’Arabia), di Victoria Ocampo

Esiste una specie di legge non scritta — e spesso aggirata — tra gli scrittori grandi e piccini che raccomanda di non scrivere di ciò che non si conosce, che non si è vissuto. Non è detto che non ci si possa riuscire benissimo — Salgari, per esempio, ci riusciva — ma la cosa appare piuttosto difficile.

Victoria Ocampo, scrittrice, saggista, traduttrice e raffinata editrice argentina, rientra tra quelli che ci sono riusciti. La Ocampo, che fondò tra le altre cose la rivista «Sur» nel 1931, ancora oggi il più importante e autorevole periodico culturale dell’intero Sudamerica, scelse di parlare di un personaggio tra i più famosi della prima parte del Novecento mondiale: T.E. Lawrence, l’eroe dagli occhi azzurri come il cielo, meglio noto come Lawrence D’Arabia.

338171 T.E. (Lawrence D’Arabia)

Nel 1942, pur non avendolo mai incontrato, Victoria Ocampo decise di dedicare al poliedrico archeologo inglese una appassionata analisi, scavando nelle pagine da lui scritte e interpretando la filosofia e le varie sfaccettature di una personalità mai del tutto inquadrabile alla perfezione.

Cosa ne salta fuori? Innanzitutto che, se non il primo, il saggio della Ocampo è tra i pionieri riguardo Lawrence D’Arabia. Un saggio breve, sintetico ma preciso come l’operazione di un chirurgo esperto, edito per la prima volta in Italia dai tipi della Settecolori con traduzione di Fausto Savoldi. Una sorta di spiegazione finale alla Sherlock Holmes basandosi sul materiale disponibile.

Qual è la fonte principale dell’opera? Senz’altro, i Sette Pilastri della Saggezza, che rileggiamo appassionati e sotto una luce nuova, scoprendo che in esso T.E. (come voleva essere chiamato dalle persone che lo amavano) lascia molte tracce del suo tormento interiore, del suo ambire alla purezza sotto forma fisica e spirituale, sempre un passo avanti per mantenere l’onore di una parola ma il primo anche a fustigare le proprie colpe e a soffrire per le proprie inettitudini.

I Sette pilastri della Saggezza diventano una lotta nella lotta, in cui il racconto delle gesta si fa parallelo all’elaborazione dell’anima, alle riflessioni, alle considerazioni sull’esistenza e la fallacia dell’essere umano.

T.E. non era interessato al denaro, tanto che la prima lussuosa edizione del suo volume venne donata agli amici (una dedica a un misterioso S.A. ha fatto parlare tantissimo, nel tempo successivo).

Nel testo scorrono passaggi interessanti, un modo per conoscere un personaggio storico che tanto ha fatto parlare e ancora lo farà per tanto tempo. L’integrità fisica e morale era una sua fissazione e mai accettò i momenti in cui il dolore fisico può arrivare a contraddire l’anima e le convinzioni morali:

…Il corpo docile e potente, come un motore di grossa cilindrata, o esausto e debole, incapace di impedirsi di essere di carne e non d’acciaio, seguiva l’anima impetuosa e implacabile. La seguiva come poteva; a volte zoppicando. In un’occasione, una sola, il corpo si rifiutò di seguire fino in fondo la volontà forsennata. Si arrese alla tortura e Lawrence scrisse. «A Deraa, quella notte, la roccaforte della mia integrità era andata perduta per sempre…»

T.E. temeva ciò che era impossibile da inquadrare in modo definitivo, al contrario delle macchine. Temeva la donna in quanto essere pensante e la musica, in quanto strumento di creazione imprevedibile:

…Le macchine non ammettono né trasformazione né trasposizione. Con esse siamo tranquilli. Una biella è una biella, una caldaia una caldaia, un bullone un bullone. Mentre con le donne non si è certi di nulla: nemmeno che la lussuria sia davvero lussuria e l’amicizia amicizia. Né che il corpo sia vigile quando l’anima è distratta. Né che l’anima sia conquistata se il corpo non lo è…

E ancora:

…Lawrence temeva la musica (nei momenti in cui la negava a sé stesso) forse un po’ come temeva la donna. Perché sapeva che nella musica, come nella donna, un bullone non è sempre un bullone…

Ma T.E. sapeva anche essere ironico e nei Sette Pilastri la Ocampo scova dei lampi di umorismo che mitigano il tenore serioso del libro:

…Quando il suo editore gli pone una serie di domande a proposito delle bozze della Rivolta nel deserto, egli risponde con quel disprezzo delle convenzioni e con quello spirito burlesco che affiorava in lui di fronte a coloro che lo trattavano troppo seriamente. Gli fanno notare che chiama la sua cammella a volte Yedha e altre volte Yedhah. Che ortografia adottare definitivamente per questo nome proprio? Risponde: «Era una splendida bestia». Gli chiedono se abbia davvero scritto «Meleagro, il poeta immorale», perché chi rilegge le bozze crede si tratti di un refuso ed ha sostituito «immorale» con «immortale». Lawrence risponde: «Conosco l’immoralità. Dell’immortalità non posso dire nulla. Fate come credete: Meleagro non ci farà causa per diffamazione». Gli segnalano che è chiamato dagli arabi a volte Ya Auruns, altre volte Aurans. Risponde Lawrence: «Lui era anche “Lurens” e “Runs”: per non dire di “Shaw”. Se avremo tempo usciranno altri nomi»…

Un bel testo, un saggio intelligente che affronta con dedizione anche la seconda parte della vita di T.E., quella che lo portò prima nella RAF e poi nella Tank Corps, rifiutando il proprio nome — si fece chiamare Shaw, Ross, o solo col numero di matricola, il 338171 — per restare in disparte in preda a una delusione morale — l’esperienza venne narrata in The Mint, in italia noto anche come l’Aviere Ross — fino alla giornata finale, quel 13 maggio in cui un banale incidente in motocicletta lo tolse per sempre alle ambasce di questa terra, sublimando quell’essere spirituale che sempre aveva voluto separare dal proprio corpo, ironicamente proprio nella sua patria e lontano dai nemici che mai erano riusciti a piegarlo, lontano dalle delusioni ma con intatta la sete d’assoluto:

una sete d’assoluto che nessuna approssimazione umana estingue: né le vittorie delle armi, né quelle dell’arte; né le ambizioni saziate, né la soddisfazione di sdegnare poi l’orgoglio che le aveva dettate. Una sete d’assoluto che si placa solo nel fallimento in cui inevitabilmente si dissolve ogni trionfo; per cui ogni scopo raggiunto non è un arrivo glorioso, ma la scoperta di un nuovo punto di partenza…

Che dire? Ho terminato un libro che mi ha fatto venir voglia di riprendere in mano i Sette Pilastri, magari rileggerlo a spezzoni ma cercando altre verità, altre sfaccettature. E questo, a quasi ottant’anni dalla prima stesura del saggio della Ocampo, è senz’altro un ottimo risultato.

Enzo D'Andrea

Enzo D’Andrea è un geologo che interpone alle attività lavorative la grande passione per la scrittura. Come tale, definendosi senza falsa modestia “Il più grande scrittore al di qua del pianerottolo di casa”, ha scritto molti racconti e due romanzi: “Le Formiche di Piombo” e "L'uomo che vendeva palloncini", di recente pubblicazione. Non ha un genere e uno stile fisso e definito, perché ama svisceratamente molti generi letterari e allo stesso tempo cerca di carpire i segreti dei più grandi scrittori. Oltre che su MeLoLeggo, scrive di letteratura sul blog @atmosphere.a.warm.place, e si permette anche il lusso di leggere e leggere. Di tutto: dai fumetti (che possiede a migliaia) ai libri (che possiede quasi a migliaia). Difficile trovare qualcosa che non l’abbia colpito nelle cose che legge, così è piacevole discuterne con lui, perché sarà sempre in grado di fornire una sua opinione e, se sarete fortunati, potrebbe anche essere d’accordo con voi. Ama tanto la musica, essendo stato chitarrista e cantante in gruppi rock e attualmente ripiegato in prevalenza sull’ascolto (dei tanti cd che possiede, manco a dirlo, a migliaia). Cosa fa su MeLoLeggo? cerca di fornire qualcosa di differente dalle recensioni classiche, preferendo scrivere in modo da colpire il lettore, per pubblicizzare ad arte ciò che merita di essere diffuso in un Paese in cui troppo spesso si trascura una bellissima possibilità: quella di viaggiare con la mente e tornare ragazzi con un bel libro da sfogliare.

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