Intervista a Giuseppe Lupo sul suo ultimo romanzo, L’albero di stanze

Presso la libreria BeBook di Saronno si è svolta, un paio di sabati fa, la presentazione dell’ultimo libro di Giuseppe Lupo, L’albero di stanze. Gabriele Scandolaro lo ha intervistato per voi.

Giuseppe Lupo insieme a Gabriele Scandolaro

Giuseppe Lupo insieme a Gabriele Scandolaro

A un’anno di distanza dalla pubblicazione dellAtlante immaginario, lei si presenta con un nuovo romanzo. Ci può parlare della genesi di questo libro?

Questo libro è un libro molto vecchio. È rimasto con me in questi ultimi quarant’anni, e sono quaranta davvero, crescendo con me. L’idea è nata partendo da una lettura che avevo fatto anni fa sulla torre di Babele. La Bibbia ci dice che Dio la distrusse, che da lì nacquero le varie lingue, ma nessuno ci dice chi abbia abitato nella Torre prima della divisione. In seguito si è aggiunta anche un’altra idea, ovvero quella che ha il fondatore della dinastia dei Betlem: aggiungere una stanza per ogni figlio che nasce, di modo che ciascuno abbia il suo spazio. Le stanze però non vengono costruite in orizzontale ma crescono verso l’alto.

La casa è un elemento molto presente nei suoi scritti…

Sì. Ritengo che la casa sia un soggetto molto importante perché è l’elemento più importante per l’uomo, è il suo rifugio, il suo spazio personale, il luogo del riposo, della condivisione, dove si creano gli affetti e dove nascono i nostri primi ricordi. Ma più che la casa questa volta sono importanti i muri della casa: sono quelli che conoscono tutto, vedono tutto e ascoltano tutto. I muri sono i veri custodi delle storie familiari.

Perché ha deciso di rendere il protagonista, Babele Bensalem, un uomo sordo?

Perché solo un uomo sordo è in grado di ascoltare i silenzi. Babele Besalem però non è soltanto sordo. È anche un medico o, meglio, un medico delle ossa. Il suo essere sordo è un vantaggio perché quando visita i pazienti lui ascolta il loro corpo e dai silenzi di quel corpo lui trova il problema, capisce quale malattia sta causando quel “silenzio” e riesce a intervenire sempre e a curarla; la cosa fa arrabbiare la moglie, anche lei medico ma incapace, attraverso la mera somministrazione di sostanze chimiche, di curare le persone.

I suoi personaggi hanno nomi curiosi, sembrano usciti dalle fiabe de Le mille e una notte. Da dove vengono?

Da me. Io non sono capace di scrivere una storia e dare ai miei personaggi nomi “normali” come Marco, Giovanni, eccetera. I nomi, nelle storie e – come penso – nella realtà, segnano il destino di una persona. “Redentore”, il capostipite dei Bensalem, è una persona che è vicina a Dio o comunque al divino. Infatti lui è un mastro pietraio ed è il primo che avverte che le pietre possono “parlare” e raccontare delle storie. Ma anche gli altri personaggi hanno nomi che indicano in qualche modo il loro destino e sono tutti nomi che, se vogliamo vedere, sono italianissimi e molto meno strani di quello che pensiamo.

E il loro cognome, Bensalem?

Bensalem è il nome della città utopica raccontata da Francesco Bacone nel 1500 e proprio per il questo suo essere utopica si presta molto a questa famiglia, anch’essa immaginaria, utopica. Inoltre il nome Bensalem mi ricordava molto la cultura ebraica e avevo immaginato che questa famiglia avesse queste origini. Se ci pensiamo, poi, Bensalem sembra quasi un richiamo alle due città più importanti sia per gli ebrei che per i cristiani, ovvero Betlemme e Gerusalemme.

Come ha scelto invece il titolo, L’albero delle stanze?

Per il titolo mi sono ispirato a una frase che dice Babele ad un certo punto, ovvero: “io sono nato in un albero di stanze”.

Da scrittore affermato qual è, come si sente dopo aver pubblicato questo nuovo romanzo?

Male. Quando a luglio l’ho consegnato al mio editore ho avvertito un vago senso di malessere che è maturato durante l’estate. All’inizio non sapevo definirlo ma poi ho capito che altro non era che solitudine. Ho portato questo libro con me per quaranta lunghi anni. Ho iniziato a pensarlo e ad abbozzarlo che ero solo un ragazzino, andavo forse in prima media. L’ho sempre tenuto in me, prendendo degli appunti, cambiandolo e, all’occorrenza aggiungendo e togliendo. È un libro che è cresciuto con me, è maturato con me e in cui ho inserito molto di me, anche più che in qualunque altro libro. Pensi che il nome della città dove avvengono i fatti, Coldbane, è un nome che ho letto in un mio sogno. Ho sempre desiderato trovare un posto per questo nome e adesso che questo libro non c’è più mi sento svuotato. Mi sento solo. Certo ci saranno altri libri, scriverò ancora ma questo libro è sicuramente il più importante per me.

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Gabriele Scandolaro è dottore in Lettere Moderne ed educatore ed è un lettore proprio come voi. La sua passione è iniziata in tenera età grazie ad una nonna molto speciale che passava i pomeriggi raccontandogli favole e leggendogli libri. Ma non ne aveva mai abbastanza. Ha iniziato a leggere per conto suo e da allora non ha più smesso. Legge qualsiasi cosa: fantasy, gialli, saggi, romanzi rosa, horror, testi scolastici, fiabe, manuali. La sua passione lo ha portato a laurearsi in Lettere Moderne perché unica scelta possibile per un lettore così avido come si descrive. Quando non legge suona il violino. Non riesce a immaginare una vita senza libri e senza musica. Cosa fa su MeLoLeggo? Recensisce i nuovi autori e si dedica a raccontarli attraverso le interviste.

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