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Recensione: Torino è casa mia, di Giuseppe Culicchia

Torino è casa mia
Torino è casa mia

Come me lo sono potuta perdere, questo piccolo gioiello alla sua prima edizione, nel 2005? E che giustificazioni posso addurre per il 2006? Vogliamo invece parlare del 2007? E magari è meglio se vi risparmio tutta la conta fino a quest’anno, ne?

Il “ne” è la chiave della questione, perché io sono torinese e Torino è casa mia (Editori Laterza), questa piccola guida del capoluogo, della magnifica Augusta Taurinorum, me l’ero vergognosamente persa.

A colmare la mia lacuna ci ha provvidenzialmente pensato un’amica che in un magico pomeriggio di maggio, dopo una scampagnata per Superga – Cremagliera inclusa – ha tirato fuori questo piccolo rettangolino di carta meglio conosciuto come libro e se ne è sortita con “Ah, dimenticavo! Questo l’hai già letto? Magari ti piace, visto che sei di qui”.

Ecco allora che Torino è casa mia, giunto tra le mie mani con otto anni di ritardo, mi ha accolta subito tra le sue pagine e i suoi spazi senza neanche darmi il tempo di chiedere permesso, posso entrare? Mi sono ritrovata immediatamente in città, a respirarne profumi e smog, a riapprezzarne colori e storie, con l’ingresso che è la stazione di Porta Nuova, il salotto Piazza San Carlo, il corridoio via Roma e la cucina niente po’ po’ di meno che Porta Palazzo… Uno a uno l’autore, il bravissimo Giuseppe Culicchia, descrive i quartieri o le zone di Torino dando a ciascuna un’utile funzione in ambito abitativo e senza tralasciare nulla, neppure le leggende cittadine e quei piccoli particolari che solo un torinese fatto e finito, cresciuto proprio per queste strade, potrebbe conoscere. Del resto, come spiega: “Vivo a Torno da molti anni. La città è la mia casa. Perciò Torino è casa mia. È una casa abbastanza spaziosa. La divido volentieri con tutti”.

Ironico e divertente, ricchissimo di informazioni e aneddoti, Torino è casa mia è una lettura irrinunciabile per chiunque voglia avventurarsi per le strade di questa piccola e meravigliosa città come un autoctono e scoprirne gli aspetti più o meno noti; ed è altrettanto consigliata per qualsiasi torinese che abbia voglia di provare un po’ di nostalgia, commuoversi o anche solo ridere a crepapelle.

Di seguito un brano tratto dal libro, la breve storia del San Paolo di Piazza San Carlo. Fateci sapere cosa ne pensate!

Al San Paolo di piazza San Carlo, conoscendo i torinesi, hanno escogitato qualcosa di più raffinato. Mi spiego. Dunque: i torinesi, in coda, difficilmente aprono bocca. In quanto torinesi, ritengono non lo si debba fare, visto che sia le persone davanti a loro sia le persone dietro a loro appartengono alla categoria ‘estranei’’. E se inopinatamente qualcuno davanti o dietro a loro apre bocca, i torinesi lo guardano con l’aria di chi pensa: “Ma che cos’ha questo/a da aprire bocca, in coda, rivolgendo la parola a degli estranei?” Preso atto dei costumi locali, al San Paolo di Piazza San Carlo devono essersi detti che forse con i torinesi in coda valeva la pena di fare un piccolo esperimento. E dopo l’ultima ristrutturazione, infatti, chi si mette in coda a uno sportello al San Paolo di Piazza San Carlo non può più vedere quanta gente c’è in coda gli sportelli vicini: allo scopo, tra gli spazi destinati ai torinesi in coda agli sportelli sono stati edificati spessi muri grigi, così che chi è in coda a uno sportello deve lasciare la sua coda se vuol controllare qual è la situazione-coda agli altri sportelli, con il rischio che le altre persone in coda dietro di lui si rifiutino di reintegrarlo nella vecchia coda dopo che lui l’ha abbandonata anche soltanto per pochi secondi, giusto il tempo di dare un’occhiata alle code ai lati. È evidente che in tali condizioni il torinese in coda risulta particolarmente sotto stress, più ancora di quanto non risulterebbe in una coda normale. C’è sempre la possibilità che in una delle code vicine ci sia meno gente, o addirittura che uno sportello di quelli in precedenza chiusi apra improvvisamente al pubblico, così che qualche fortunato da una quinta o sesta posizione possa saltare di botto alla prima o alla seconda. Se il torinese in coda parlasse, magari potrebbe dire al torinese che gli sta dietro: “Scusi, mi allontano un attimo per vedere com’è la situazione-coda qui a fianco”. Ma il torinese in coda tace.

Risultato: specie in certi periodi dell’anno, ad esempio intorno alla consegna delle dichiarazioni dei redditi, il San Paolo di Piazza San Carlo diventa una sorta  di recinto per cavallette impazzite, con tutto un saltabeccare di torinesi da una coda all’altra allo scopo di controllare qual è la coda con meno torinesi in coda, e con un reciproco scambio di reciproche occhiate reciprocamente imploranti, come a dire “Guardi che vado solo a sincerarmi che qui a fianco ci sia meno coda, non è che sto lasciando davvero questa coda, però tenga presente che potrei lasciarla, nell’eventualità che qui a fianco ci sia meno coda”. Il fatto straordinario, hanno scoperto quelli del San Paolo al San Paolo di Piazza San Carlo, è che i torinesi riescono a darsi del Lei anche scambiandosi queste occhiate.

Alice de Carli Enrico

Alice de Carli Enrico è traduttrice e giornalista freelance. Ha cominciato a leggere romanzi all'età di 8 anni e non ha più smesso. È appassionata di scrittura e lettura, dell'uso corretto della lingua italiana, di viaggi lunghi ed economici, del suono delle parole e di mari in tempesta. Ovunque vada porta sempre un libro con sé, l'unico oggetto in grado di renderla quieta anche nelle più improbabili situazioni. Cosa fa su MeLoLeggo? Scrive recensioni, dirige le pubblicazioni, revisiona racconti e romanzi dando la caccia all'errore con la meticolosità di un cecchino (a volte gli stessi scritti tremano dalla paura). Lavora tanto e consuma poco: necessita solo di una coperta, un divano e ovviamente un libro.

2 pensieri riguardo “Recensione: Torino è casa mia, di Giuseppe Culicchia

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  • M.Paola Coppo

    Il libro nel complesso è gradevole anche se, a mio avviso, un non torinese difficilmente coglie il substrato grottesco presente nella descrizione dei luoghi che compongono l’ipotetica casa e delle frequentazioni degli stessi, ne scaturisce quindi una visione della città eccessivamente negativa. Un ultimo appunto: Il palazzo della Posta Centrale non si trova in via dell’Arcivescovado bensì in via Alfieri (controllare per credere). Quanto sopra da una torinese doc.

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